mercoledì 20 novembre 2013

Ferro 3: prime impressioni sul cinema orientale

L'altra sera ho visto un film abbastanza surreale: Ferro 3 - la casa vuota, ed ho subito pensato "di questo devo parlarne sul blog".

Premetto che è il primo film orientale mai visto in vita mia, se si esclude "La tigre e il dragone" (ammesso che sia effettivamente orientale), visto circa a cinque anni.
Ma, almeno a quanto mi ricordo, qui siamo su un altro pianeta (no ninjas, no fights).
Ergo, non mi accusate di dire fandonie - non perché non le stia raccontando, ma perché sto andando veramente "a braccio".

Premetto che per apprezzare questo film ci vuole veramente "l'amatore": se Ruby Sparks potevate vederlo con l'Amico Poco Intellettuale, per carità, non provate a mettergli davanti Ferro 3, o avete buone probabilità passare una serata a sentirlo lamentarsi; oppure, cosa molto più probabile, lo vedrete addormentarsi dopo il decimo minuto.


Okay, se siete giunti fino a questo punto della lettura e siete ancora interessati è già qualcosa.

Ferro 3 è una storia d'amore in cui i due amanti non scambiano nessuna parola (quasi nessuna - ma se vi dicessi cosa si dicono sarebbe un grande spoiler!).
Dato che i nomi dei personaggi non sono mai o quasi mai citati, all'interno del film, mi riferirò a loro semplicemente parlando di lui e lei.
Lui è un senza radici, che per sopravvivere occupa abusivamente le case lasciate vuote da persone andate in vacanza o fuori per lavoro, e che, per "ricompensare" le persone della loro - anche se involontaria- ospitalità, svolge piccoli lavoretti di casa, facendo il bucato o cimentandosi in riparazioni di piccoli elettrodomestici.
Lei è una ragazza sposata ad un uomo che non ama più, o che non ha mai amato, e che ne subisce molto il carattere oppressivo e, talvolta persino violento.

Il patatrac succede quando lui si intrufula in casa di lei, pensando che non ci sia nessuno.
Quando si accorge che insomma, la casa non è così vuota come si aspettava, fa per andarsene, ma viene sorpreso dal marito di lei, e accorgendosi dell'atteggiamento non affatto corretto dell'uomo, decide di fuggire via con la ragazza, dando così inizio alla loro avventura.



Ma perché vi sto parlando di Ferro 3?
Sostanzialmente, perché è una mosca bianca. Probabilmente tutti i dlm di Kim Ki-duk lo sono, ma saprò dirvi meglio quando mi sarò documentata maggiormente (prossimamente su questi schermi: L'arco e Pietà - li avete visti?). 

Il fatto che più mi ha sorpreso è che, sebbene il dialogo sia ridotto veramente all'osso, né la storia, né i messaggi che l'autore vuole trasmettere, risultano meno forti.
Pur essendo così silenzioso e totalmente distaccato dalla nostra concezione di cinema, infatti, Ferro 3 non risulta per niente noioso: lo spettatore si ritrova coinvolto in una storia d'amore che col procedere della vicenda assume i connotati di denuncia sociale, con un finale misterioso, liberamente interpretabile e anche vagamente mistico od onirico.

Il quasi-muto, tuttavia, non ci riporta alla vivacità mimica di certi film alla Charlie Chaplin: Ferro 3 mantiene una propria individualità di genere, avvicinabile piuttosto alla sensibilità ed essenzialità tipiche della filosofia zen.

Anche al livello formale, Kim Ki-duk ci stupisce con inquadrature semplici, ma di un'accuratezza geometrica notevole: gli Still Life, in particolare, sono dotati di squisitezza e rigore, e riescono a rimanere impressi nello spettatore anche dopo diverso tempo che si è visto il film.
Ne sono esempio la foto di lei, ritagliata e scomposta, appesa nello studio del fotografo e l'accuratezza con cui viene descritto il primo bacio tra i due protagonisti, preceduto dal dettaglio (dolcissimo!) di lei che sfiora il ragazzo con il piede per richiamarne l'attenzione.

Per concludere, Ferro 3 è davvero uno di quegli esempi in cui less è davvero more, e impartisce alla ridondanza occidentale un'utilissima lezione di semplicità.



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In caso di problemi contattatemi via email e non esiterò a toglierle.


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