venerdì 5 agosto 2011

L'Inghilterra

Allora, respirone.

Premessa al Lettore: questo post sarà sicuramente un gran casino e probabilmente non capirete una mazza nulla del mio megaviaggio. Mi dispiace, chiedo venia.

La Partenza
Tanto per cambiare, passo la sera prima della partenza senza chiudere praticamente occhio, giostrandomi tra Angry Birds e rigirii su me stessa tipo spiedo per cibo. Risultato, gran casino con le lenzuola.
Mi ricordo un mal di pancia da ansia e la fobia di essermi scordata qualcosa. Stilo una lista di oggetti che devo assolutamente mettere in valigia e li ripeto mille e mille volte per paura di scordarmeli nel sonno. Cominciano tutti per p e per c, continuo a ripetermi, basterà che mi ricordi PC e sono a posto!
Povera piccola ingenua inesperta viaggiatrice.

La mattina c'è un tempo da lupi. Arriviamo all'areoporto che è ancora buio, e c'è una pioggerellina fine fine e odiosa odiosa. "Entri già nel clima inglese!", mi dice mia mamma. Oioi.

Viaggio e arrivo
Ossessione di perdere carta d'identità e biglietto. Li tengo in mano come se fossero le ultime provviste d'acqua di un disperso nel Sahara. Nell'aereo non ho accanto nessuno che conosco e mi metto a leggere Siddharta con le cuffie alle orecchie. Finalmente dopo due ore scendiamo e.. yuppi, siamo in Inghilterra!
In una splendida, calda, assolata, fredda e piovosa Inghilterra! (splendida sempre e comunque, però).
Continuo a ripetermi "É Luglio, è luglio" come un mantra: le temperature sono da gennaio, quasi.
Da un rapido sondaggio fatto nel gruppo viene fuori che io sono quella che ha portato meno felpe e meno vestiti pesanti.
Porca paletta.
Urge shopping per comprare un coltrone che tenga caldo; o un felpone; o una PELLICCIA!
Infatti, appena ci lasciano tempo libero per la città, compro una Felpa col Pelino e un paio di Pantaloni della Tuta. E facciamo tutti insieme ciao ciao con la manina ai primi 50 pound.
Pranzo dal Mec (il primo di una lunga serie, purtroppo). Ordino da una cameriera grassottella che mi parla a tutta velocità. Mi faccio ripetere ogni cosa almeno 3 volte. Alla fine ce la faccio, prendo il mio paninozzo e mi avvio al tavolo pensando: se gli inglesi parlano tutti così, beh, allora sono messa bene.
Verso le cinque e mezzo ci riuniamo tutti e andiamo a una gelateria dalla quale andremo ognuno a casa della rispettiva famiglia.
A un certo punto, appena rientrata in possesso della mia valigia, mi sento chiamare, mi giro e mi trovo davanti...

Lady D (Diane Linton) & family
La mia host mum, detto in termini tecnici, è una donnina bassina, capelli bianchi a caschetto, che si presenta con piumino lungo, maglietta fuxia che sbuca da sotto e ombrello trasparente di plastica. A prima impressione mi sembra una parecchio eccentrica.
Non vorrei deludere le vostre aspettative: so che ci ho ricamato sopra per tanto tempo e che ora aspettate che vi parli dei suoi gattoni, ma (per mia fortuna) non ne aveva neanche uno. Però aveva un marito: John. Biondo, occhi azzurri. Due tipi simpatici con figli e nipoti già grandi che vivono per conto loro.

Nicolas
"Ci sono altri ragazzi in casa con me?", chiedo durante il tragitto gelateria-casa.
"Sì, un ragazzo francese!" mi dice lady D tirandomi una gomitatina d'intesa.
Nel mio cervello si accende l'interruttore dei film mentali. Mi vedo impegnata in un'amicizia un po' misteriosa e divertentissima con un ragazzo simpatico e belloccio con cui avrei potuto parlare francese e sentirlo ridere di me per la mia pronuncia schifosa.

...e invece no! Perchè Nicolas, moro e col monociglio, assiduo giocatore di tennìs, si rivela purtroppo essere un uomo di poche parole. Non sono riuscita a farci una conversazione in francese in due settimane di convivenza forzata.

Home sweet home
Appena arrivata Diane mi fa fare un piccolo giro della casa. In effetti è molto piccola e la moquette regna sovrana dappertutto, soprattutto in camera mia, dove è ricoperta di polvere di ogni genere, però penso che per due settimane possa resistere a tutto.
Inoltre, una delle prime sere faccio l'illuminante scoperta di resti di cereali al cioccolato che non ho mangiato io.
Aiuto.
La mia prima doccia alla Linton House è traumatica: la nappa butta pochissimo e l'acqua raggiunge temperature termali ogni tre secondi. Mi sciacquo alla cogli l'attimo che fugge ora che l'acqua è tiepida.
Per fortuna poi ho trovato il modo di farla funzionare.

La scuola
Prendere il bus, fonte di tante preoccupazini, si rivela poi essere l'impresa più facile di tutte: dalla mia fermata passa solo quell'autobus, e io non devo fare altro che salirci sopra e restarci fino all'ultima fermata.
Una volta giunti al capolinea, mi aspetta un breve tragitto a piedi (nota bene: tutto rigorosamente in salita) e poi arrivo a scuola.
Spettacolo.

The Paragon School è una scuola elementare privata per bambini fortunatissimi. Immersa nel bosco, con un prato megagigante, campo da basket, aule musica, computer e chi più ne ha più ne metta.
Al nostro arrivo, gli insegnanti ci fanno radunare nella palestra e ci fanno fare un test per determinare il nostro livello d'inglese. Io devo aver fatto una buona impressione, infatti il giorno dopo mi ritrovo nella classe dei cosiddetti super-geni.
Ecco, aspettate, apriamo una piccola parentesi per parlare de

La classe
Nella prima settimana la mia classe è formata da una parte del mio gruppo di italiani e due gruppi di spagnoli. Un gruppo di questi si rivela esserre composto da persone civili, l'altro di animali da zoo.
Dopo questa vacanza non mi lamenterò mai più dei casinisti di classe mia.
Per fortuna la seconda settimana ci siamo liberati degli spagnoli e abbiamo acquistato non uno, ma ben DUE gruppi di italiani. E addio al parlare inglese.
Abbiamo fatto anche un cambio di insegnante: le lezioni sono diventate molto molto più divertenti. Da così a così, insomma.

Le gite
Ne abbiamo fatte diverse: a Bristol, a Oxford, a Stonehenge-Salisbury e l'ultima, il pezzo da novanta, a Londra.
Allora.
Ecco.
Diciamo che definirle "gite" è già un'esagerazione. Siamo sinceri, stiamo parlando di un "andare a fare shopping a".
E Londra... eh.
Come dire.
Se questa fosse stata la mia prima gita a Londra, ne avrei tratto un'impressione completamente sbagliata: si moriva di caldo, ed era piena, piena, piena di gente. Inoltre abbiamo fatto tutto a corsa: un quarto d'ora a Trafalguar Square, pausa pranzo (10 minuti) davanti a Westmister, Houses of Parlament e Big Ben visti passando. A fine giornata agognavo il mio lettone scricchiolante.

Il rientro
Anche la sera prima del ritorno non riesco a dormire. Faccio una cosa tipo 10 livelli di Angry Birds, leggo una cosa tipo 50 pagine e poi decido di spengere la luce nel disperato tentativo di addormentarmi. Faccio di nuovo un rapido inventario delle cose che devo fare la mattina (stavolta niente "p.c.", per fortuna), e poi, alla fine (ma molto alla fine) mi addormento. Ero ignara di cosa mi sarebbe successo la mattina seguente.

Mi sveglio con gli occhi abbottonati, faccio colazione e finisco di fare le valigie. Fin qui tutto bene.
Per il tragitto casa-scuola si era gentilmente offerta di portarci la vicina di casa di Lady D (una donnona molto molto in carne, bionda, vestita di fuxia e con gli occhi azzurri).
Così, alla mia ora, io e Diane usciamo di casa, carichiamo la valigia e intraprendiamo il viaggio in macchina più bislacco della mia vita.
Dopo dieci minuti di gironzolio, infatti, riusciamo ad arrivare nel centro della città. Improvvisamente tutte le macchine che incrociamo cominciano a suonare il clacson follemente inveendo contro la guidatrice. E questa donna si guarda intorno nella sua macchina più piccola di lei ripetendo "But it's not me, I can't understand..."
La ragione per cui tutti strombazzassero contro di lei mi è ancora ignota.
Dopo altri dieci minuti in macchina (stavo facendo tardi a scuola), questo genio di donna si degna di chiedere: "Ma.... dov'è che andiamo?"
Dal sedile posteriore mi cascano le braccia.
"Alla Paragon School", risponde Lady D.
"Ah. E... DOV'É?"
Mi vedevo in ultraritardo, tutta la scuola ad aspettare me.
A questo punto, la fuxiadonna mi chiede se so da che parte è la scuola. Le rispondo che non ne ho idea (saremmo state dall'altra parte della città).
Alla fine, grazie ad una fortunata telefonata ad un terzo amico (uno che conosce la città in cui vive), siamo giunte a scuola. E con solo qualche minuto di ritardo.
Oh yeah.

Gli acquisti
Naturalmente non mi sono tirata indietro, ehehe.  (chiedo venia, ho fatto un collage schifoso!)


Cliccate per ingrandire!
In ogni caso, il libro è "Harry Potter e la pietra filosofale" in lingua originale.


And... that's all! Se avete letto tutto questo papiro, beh, vi faccio i miei complimenti!

A breve un photosharing! :)

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